Ecco come “mettiamo in scena” il corpo nella nostra società

Il corpo è un dispositivo eterogeneo e complesso. Rappresenta un prodotto sociale, culturale, storico, un portatore o produttore di segni che non ha mai cessato di mutare senso mutando aspetto. Attraverso mediazioni diverse, ogni società, in ogni epoca, lo marchia, lo modella, lo trasforma, lo scompone e ricompone, stabilendo la sua definizione e i suoi usi. Occorre piacere al mondo, e per farlo bisogna corrispondere a precisi modelli sociali. Quale valore si attribuisce, quindi, al corpo?

Se un tempo vi era una maggiore accettazione dei propri limiti fisici, oggi questo ne risulta mutato. Il modo di pensare è cambiato, è il progresso scientifico, è la realtà economica che hanno trasformato il nostro rapporto con l’immagine corporea e il canone di bellezza (Stefano Zecchi, 2007). Negli ultimi decenni il corpo è diventato uno degli oggetti di studio preferiti delle scienze umane. Esse sostengono che la quotidianità attuale ci offre meno interazioni di comunicazione “faccia a faccia” e più “corpo a corpo”.

Oggi succede che il “mio” corpo appartiene agli altri, al mondo delle idee. La fragilità del corpo si lega all’estetica e quindi al brutto e al bello che diventano due riferimenti costanti. Un’esistenza centrata esclusivamente sul corpo e sulla superficie è fonte continua di frustrazione perché la bellezza è destinata ad assottigliarsi, non solo per i cambiamenti corporei, ma anche perché i vissuti li evidenziano anche quando nulla è accaduto.

Internet sta sostituendo la fiducia riposta un tempo negli insegnanti e in quello che dovrebbe essere il loro ruolo educativo. Questo può creare un capitolo di patologia da Internet. Si sta perdendo il mondo del concreto, specie per i giovani. Vengono spenti gli schermi e si spengono anche loro, perché sono ormai pieni di quel nulla, della virtualità che soddisfa ma non esiste (Vittorino Andreoli, 2012)

Nell’epoca attuale assistiamo ad una progressiva de-materializzazione e virtualizzazione del corpo. Questo per riservare il primo posto ad una spettacolarizzazione delle emozioni attraverso i nuovi media che portano spesso ad un abbattimento dell’importanza dei confini corporei. Il bisogno di esporsi viene costantemente alimentato e il corpo rischia di perdere la dimensione privata. Infatti il confine con la sfera pubblica diventa labile e il prezzo da pagare è la sovraesposizione dei propri sentimenti, della propria identità .

Non è patologico avere una certa immagine dell’altro. Il problema subentra quando si punta tutto sull’immagine dimenticandosi della relazione. Questo fenomeno è stato analizzato dallo studioso-ricercatore Serge Tisseron. Secondo lui, oggi si assiste a un rafforzamento della capacità di immaginare l’altro, fino a un sovra-dimensionamento dell’immagine rispetto alla realtà: mentre negli scambi vis à vis non c’è spazio per l’immaginazione, nella comunicazione web si lascia tutto alla proiezione di un’immagine, dell’idea che ci si fa dell’altro. La disponibilità di questi strumenti spiega come tutto si debba mostrare, poco risulta essere sufficiente per l’essere umano, la sola esistenza al mondo non ci basta più. Tutto deve essere veloce, ma il pensiero talvolta ha bisogno di tempo. Prima sarebbe necessario pensare, poi agire compiutamente. Oggi accade il contrario: prima si punta all’azione, spinti dall’immediatezza dei social, in seguito ci si rende conto di quanto si è fatto.

La ricerca scientifica sostiene che Internet e le nuove tecnologie sono e saranno sempre più percepite come parte del nostro corpo: estensioni vitali al pari dei cinque sensi che ci orientano nello stare in vita. Nelle tre età della comunicazione (orale, scritta e digitale) si assiste a un rafforzamento della capacità di immaginare l’altro, fino a un sovra-dimensionamento dell’immagine rispetto alla realtà. Monitorare eccessivamente il corpo lascia poche risorse cognitive disponibili per altri interessi e attività mentali – fisiche.

Per spiegare l’influenza che le immagini mediatiche hanno sull’immagine corporea si ricorre alla teoria dell’Oggettivazione (Fredrickson e Roberts, 1997). Vi è oggettivazione quando un individuo viene pensato come oggetto e dunque viene de – umanizzato, divenendo merce e strumento. L’auto – oggettivazione si caratterizza per la costante e persistente sorveglianza del corpo, che induce l’uomo a monitorare e confrontare regolarmente il proprio aspetto con quello culturalmente accettato, esercitando una specie di controllo sul modo in cui gli altri potrebbero “giudicare”.

Le fasce più giovani sono particolarmente vulnerabili alle immagini mediatiche oggettivizzanti (Grabe, 2008). In particolare, gli adolescenti sono impegnati in un delicato processo di costruzione della propria identità di genere, in cui il corpo gioca un ruolo importante. La percezione del proprio corpo è strettamente legata all’autostima. Sono infatti proprio le ragazze con una bassa autostima ad essere più colpite dal fenomeno dell’oggettivazione (Tolman, 2006).

Conseguenze possibili di tale auto-oggettivazione del corpo sono l’aumento di ansia sociale e la vergogna che incrementano esperienze emozionali negative legate al corpo. I giovani etichettano i canoni estetici come “normativi” e una loro deviazione come “anormalità”.

Un altro aspetto fondamentale riguarda il ruolo dei social network sulla costruzione della propria immagine corporea. Un recente studio (Meier, 2013) ha indagato la relazione fra le attività delle ragazze sui social network e l’immagine corporea. I risultati della ricerca hanno rivelato che una elevata esposizione a contenuti relativi all’aspetto estetico è positivamente correlata con un incremento dei disturbi dell’immagine corporea fra le ragazze, e l’associazione è particolarmente forte nel caso di Facebook. È importante analizzare le variabili che mediano l’effetto dell’esposizione alle immagini mediatiche. Bisogna considerare, non solo il ruolo che hanno le caratteristiche di personalità individuali, ma anche l’influenza del gruppo dei pari. Proprio loro, hanno un ruolo importante in questa fase evolutiva e possono contribuire a indebolire o rinforzare gli effetti negativi dei media sull’immagine corporea.

Secondo lo psicanalista F. Ladame (2003), oggi giovani e adulti vivono con frustrazione l’assenza di riti di passaggio e soprattutto del valore loro attribuito; mancano i punti di riferimento stabili nei momenti critici della vita per affrontare i cambiamenti necessari alla costruzione della propria identità. I ragazzi oggi per affrontare la crisi adolescenziale eseguono altri riti, spesso crudeli, come antidoto alla tensione e alla confusione. Il soggetto adolescente è impegnato in un’unica esperienza: quella di vivere; e dunque in un unico problema fondamentale: quello di esistere.

A tale riguardo, le scienze pedagogiche sostengono l’efficacia di interventi educativi volti a valorizzare le attività creative/concrete dei ragazzi per evitare che cerchino altrove le risposte. Questo ai fini di Incrementare le relazioni REALI e non virtuali, mantenerle come un “anche”. Fare uso dell’aggettivo “virtuale” per ragionare sulla nostra rappresentazione.

Giulia Volonterio

BIBLIOGRAFIA

* Stefano Zecchi (2007). Le promesse della bellezza, Oscar bestsellers Arnoldo Mondadori Editore

* Vittorino Andreoli (2012). L’uomo di superficie, Rizzoli

* Meier, E., & Gray, J. (2013). Does facebook us eaffect body image in teens? Cyberpsychology, Behaviour, and Social Networking.

* Tolman, D.L., Impett, E.A., Tracy, A.J., & Michael, A. (2006). Looking good, sounding good: femininity ideology and adolescent girls’mental health. Psychology of women Quaterly.

* F. Ladame (2003), Gli eterni adolescenti, Salani.

NOTE:

Partecipazione al seminario:

• “Il corpo mediato. Nuovi media, identità, rappresentazione”.

16/05/2015

Università Cattolica di Milano.

Sono intervenuti: _ Serge Tisseron. Psichiatra e ricercatore francese dell’Università

Paris VII Denis Dideròt

_ Roberto Diodato. Docente di estetica dell’Università Cattolica del

Sacro cuore di Milano

  • Scritto da: Giulia Volonterio

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